Sabato 07 giugno 2025
alle ore 18:00 presso Il Fondaco verrà inaugurata
a rilascio prolungato
di Eugenio Pini
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Era il 16 giugno di un anno fa, quando restavamo sospesi sulla soglia del
sistema che Eugenio Pini aveva creato all’interno della chiesa romanica
di Santa Maria del Monastero per racchiudere le sue opere e quelle di
Soojin Yang.
Uno Spazio liminale (da līmen, soglia) che, come ne L’Angelo
sterminatore di Buñuel, ci tratteneva, e quasi non ci accorgevamo di
questa sospensione, nell’attesa di un cambiamento, o meglio, di un
compimento necessario per poter passare Oltre.
Dov’eravamo rimasti viene da chiedersi, oggi.
Qualcosa è successo, ed è interessante come questa personale
installazione di lavori negli ambienti del Fondaco ci parli così tanto
dell’artista oggi, e di come l’attraversamento abbia avuto inizio e il
passaggio da uno stato all’altro si sia compiuto.
E la compiutezza dell’Opera sta nell’approdo e nell’abitazione del luogo
con l’allestimento del laboratorio e studio fotografico.
Il livello superiore del Fondaco diventa studio, casa, atelier creativo ed
espositivo con le serie di fotografie sulle pareti, che in fila, una dopo
l’altra, come parole, creano frasi, liriche, drammatiche, anche leggere, a volte.
Leggère come le istantanee, che sono battiti di ciglia, bagliori e colori.
Se le trasferissimo sul piano non dell’immagine ma del suono potrebbero
rappresentare quelle parole fortuite, quei dialoghi colti al volo, che con
la dovuta fiducia possono diventare segnali di presagio, immagini
allegoriche che portano carichi ben più profondi.
Liriche come le essenze delle piante, che, solenni come con il culto degli
antenati, vengono celebrate negli ingrandimenti, nei particolari della
vegetazione. Il regno vegetale è spesso soggetto prediletto, la natura in
genere lo è sempre.
Ed è quasi sempre morta.
È scendendo al livello inferiore che si percepisce uno scatto, come
un’apertura di serratura.
Il primo ambiente della mostra ci chiarisce anche il titolo.
A rilascio prolungato nasce da un doppio processo.
Uno lento, di lenizione del dolore, suscettibile di adattamenti ma
costante in un tempo definito e lineare.
Ed un secondo, che si sviluppa a partire dal materiale che nel processo
di cura viene normalmente dimenticato: la scatola.
Che diviene superficie fotosensibile, sulla quale vengono stampate
immagini che in dialogo tra loro definiscono un percorso interiore
frammentato, non lontano da quello creato dalle immagini di sopra, è però
in senso inverso, cioè qualcosa che dall’interno si muove verso l’esterno.
A rilascio prolungato è la “Chimica” che trasforma lentamente la
fotografia in azione pittorica.
In alchimia, qui è come se fosse compiuta la Nigredo, la fase al Nero
della Grande Opera, cioè il passo iniziale nel percorso di creazione della
pietra filosofale, quello della putrefazione e della decomposizione. È il
primo momento, il più cruciale, in cui occorre “far morire” tutti gli
ingredienti alchemici, macerandoli e cuocendoli a lungo in una massa
uniforme nera.
A rilascio prolungato ci racconta dell’artista, dei due ambienti-contenitori
in cui avviene il processo e dell’unità di misura, di parola, di letteratura,
di poesia che ha usato per dare il via all’Opera: la luce.
È sempre una questione di luce.
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